lunedì 20 ottobre 2008

Capirsi


Capirsi perfettamente non è mai facile, ci sono in gioco troppe variabili: chi parla, chi ascolta, le parole che si pronunciano, quello che ci sta dietro, quello che ci sta dietro ma non si vede o non si sa, il tono di voce, le circostanze, la fretta, la voglia di farsi capire … e a volte una di queste variabili ti fa lo scherzetto di non far tornare l’equazione. Dici “Bravo” e l’altro capisce “Deficiente”, dici “Deficiente” e l’altro capisce “Bravo”. E tutti i tuoi sforzi per comunicare falliscono: fallisce chi parla, fallisce chi ascolta, falliscono le tue parole, fallisce quello che ci sta dietro che si veda oppure no.
Non è grave: non siamo esseri perfetti, siamo nati per perfezionarci e questo presuppone lo sbaglio continuo che via via tende a 0 senza mai raggiungerlo, come un limite dell’analisi matematica.

Però a volte fa molto male, non capirsi: fa stare in ansia, non si sa dove si voglia parare il colpo, non si sa che cosa pensare di chi parla, mette in crisi quello che avevi creduto fino a un secondo fa … e la crisi non è mai uno status piacevole ma qualcosa da cui, in tutti i modi, si vuole fuggire, costi quel che costi anche se un po’ ti fai male.

Sono paure irrazionali: spesso i malintesi nascono dal “non detto” più che da ciò che si dice. E ciò che non si dice fa paura perché non si sa cosa è e ciò che non si sa cosa è fa paura perché questo “non si sa che cosa è” potrebbe essere il nulla e il nulla fa sempre paura, l’ha sempre fatto, sempre lo farà. E allora, visto che il nulla fa paura, lo riempiamo noi di significato, spesso sbagliato; nel peggiore dei casi sbagliato e negativo. E da qui iniziano gli sbagli.

Sono paure irrazionali e, per scacciarle, serve qualcos’altro di irrazionale. Un ragionamento, se vogliamo, però irrazionale. Il simile scioglie il simile, come in chimica.
Serve che si guardi un po’ più a fondo la persona che c’è di fronte a te, provando a vederla pronunciare le parole non dette che uno si è immaginato che pronunci. Se quelle parole sembrano provenire da una voce che non è la sua, allora i casi sono due: ci stiamo sbagliando noi o si sta sbagliando il nostro interlocutore, a pensare quel che si pensa. O forse sono entrambe le cose insieme.

Non mi interessa sapere se ho sbagliato io o tu o tutti e due (ma, considerato che siamo due teste calde ad alta deviazione standard, propenderei di più per la terza ipotesi). Sì ok, è vero che non ti conosco benissimo ma credo io ti conosca abbastanza per sapere che non sei il tipo da portare invidie o rancori e anche per sapere che i tuoi entusiasmi o le tue opinioni che riversi addosso con tanto fervore sulle persone che conosci non sono fatti per bruciarle ma per renderle partecipi di ciò che di bello o di brutto ti succede. Per farti conoscere meglio, insomma. Certo, magari poco poco, piano piano, elargendo con parsimonia le conoscenze sulla tua vita verso chi ti fidi; però la riservatezza fa parte anch’essa della tua personalità (non si può dire lo stesso della discrezione) e capire questo è un grosso passo avanti per capire te. E se ciò che dici è alle volte esagerato, non mi dà fastidio, perché l’importante è capirsi.
Anche se alle volte con un po’ di difficoltà, io e te ci siamo sempre capiti bene. E del resto a nessuno di noi due piacciono le cose facili.

Volevo che quella serata iniziasse con un abbraccio e invece è finita con un litigio, di quelli in cui si cerca di contenersi, quelli in cui il “non detto” aumenta ancora di più il caos.
Mi avevi chiesto perché non scrivevo più sul blog e che, se non avevo ispirazione, potevo scrivere qualcosa su di te: ora l’ho fatto, non dirmi che non ti ascolto.
So che troverai mille cose da ridire su quello che ho scritto ma l’importante è capirsi: per capirci, voglio che tu sappia che l’unico motivo per cui mi sono incazzato è che non riuscivo a capirti. E se voglio capirti, l’unico motivo è che ti voglio bene.
E so che tu avrai da ridire anche sul fatto che io ti voglia bene ma non è importante capire questo: l’importante è capirsi, io e te.

Baci.

2 commenti:

ivri ha detto...

Non so cosa sia il "non detto". L'unica cosa di cui posso "pentirmi" è il fatto di pretendere dalle persone che reputo importanti per me lo stesso grado di insoddisfazione, di ricerca di sé e di voglia di sfidare il mondo che ho io, perché sono profondamente convinto che solo questo giogo ci renda degni di qualcosa, di qualche traguardo.

EnRy ha detto...

Ma io ricerco continuamente me stesso! E sono spesso insoddisfatto! Solo che la mia vita è fatta anche di rest&digest, tra un run&fight e un altro... una piccola soddisfazione prima di correggere qualcos'altro che non mi soddisfa, un po' di ordine tra un casino e un altro, insomma. Una vita in cui si corre e basta, non è ciò che ho in mente per me. Correre senza arrivare mai è frustrante e, se devo vivere da frustrato, preferisco non vivere.