lunedì 16 agosto 2010

Feelings & the city




Into the sea
You and me
All these years and no one heard
I'll show you in spring
It's a treacherous thing
We missed you hissed the lovecats





Oramai, devo accettare questo dato di fatto: mi sono fatto fregare. Perderò del tempo. E tutto ciò, mi rosica; a costo di diventare noioso, devo dirlo ossessivamente per cercare di detendere un minimo la mia tensione: sono stato un cretino e quindi ro-si-co.
Detto questo, ho preso qualche decisione: la scuola di specializzazione col cacchio che la faccio in questa ridente cittadina universitaria. Ridente cittadina universitaria in cui approdai ben sei anni fa, carino di sogni e di aspettative, nella maggior parte dei casi realizzate. Ridente cittadina universitaria in cui mi si schianta un palo sul naso proprio quando non dove. Ridente cittadina universitaria che in questo momento odio visceralmente tanto, ma così tanto, ma così tanto che, se non fosse per il fatto che voglio mantenere un poetico e non univoco anonimato, la chiamerei per nome anche in questo blog, urlandole contro che è una sporca puttana.

Si potrà urlare puttana a una città? Non suona un po’ male? E a cosa lo urli? Al municipio? Alla piazza? A casa tua? O a tutto quanto, dal fruttivendolo sotto casa alla piscina comunale passando per il liceo?
A cosa voglio davvero urlare contro? La città rappresenta semplicemente un mero tentativo di difendere la mia mente, trasportando i miei sentimenti d’odio su qualcosa di inerme e indifeso, su qualcosa che non mi può rispondere. Io odio qualcUNO ma odiare qualcuno è scomodo quindi la mia mente crede di odiare qualCOSA.
Ma odiare qualcosa dà le stesse soddisfazioni di odiare qualcuno? Un qualcuno ti risponde, ti dà un feed-back, ti dà modo di sfogarti ancora di più; un qualcosa sta là, fermo e rigido come uno stoccafisso e se ne frega. Eppure, prendersi la soddisfazione di odiare qualcuno è troppo complicato, ancora.
E poi, diciamocela tutta, c’è modo e modo di odiare. “Puttana” lo puoi pure gridare a una città ma, gridarlo a qualcuno da cui ti aspetti qualcosa, a qualcuno che ti serve che ti dia qualcosa, a qualcuno che non ce la fai più perché non ti sta dando qualcosa… beh, meglio di no.
Questo qualcuno, va odiato con finezza. Va lusingato, va circuito, va coccolato, gli va carpita la fiducia, gli va detta qualche sofisticata bugia… per poi dargli il ben servito quando meno se lo aspetta. E sarà di certo dura fare i sorrisini e dare tanto duro lavoro a qualcuno che invece vorresti vedere con la carta di credito bloccata dopo che ha cenato da Nobu ma, tant’è, la vendetta è un piatto da servire freddo.
E poi sarà davvero vendetta? Sarà davvero odio? Non sto semplicemente facendo ciò che lecitamente posso fare e cioè risentirmene per un brutto trattamento?
L’odio è davvero sempre qualcosa di disprezzabile? Non ci può essere un giusto odio, una cosiddetta “sana incazzatura”?
Del resto, neanche l’amore è bello se non è litigarello.
Figuriamoci il lavoro.

Non so se dovrò lasciare la Lombardia. Insomma, io ho sempre visto il mio futuro a Milano. Io volevo diventare milanese d’adozione. Sì, diciamo che la cittadinanza di adesso, nella ridente e puttanissima cittadina universitaria, mi piace ma, rinunciare al mio sogno di sorseggiare un bicchierino di Manhattan con una pasticca di Supradyn disciolta dentro (cit. Marikikka), mentre ammiro l’imbrunire che cala su Brera, dal mio balconcino art decò-noveau-liberty, decorato con dei vasi di orchidee, del mio appartamentino nuovo nuovo appena restaurato in Via Fiori Chiari… ecco, un po’, rinunciare a tutto questo, mi fa scazzare. Ecco.

Ah, Milano, Milano! Coi suoi quadri grigi e le sue macchie di luce, coi suoi personaggi incantevoli e i suoi profumi multietnici, con la sua sbandierata rigidità e la sua grande accoglienza! Intere mattine passate a guardare il riflesso del sole sulle guglie del Duomo; interi pomeriggi passati a fare shopping con alti e bassi risultati, intere serate passate a sgattaiolare da un locale all’altro, intere notti passate a scatenarmi in qualche pista da ballo!
Tu che, come una mamma adottiva, mi prendevi gli occhi quando tutto andava storto per volgermeli dove problemi non c’erano; tu che, come un buon bicchiere di alcool, mi portavi a rompere mille regole quando semplicemente mi annoiavo ed ero solo; tu che, come una scialuppa di salvataggio, mi portavi dove mai ero stato durante i miei periodi di prigionia; tu, cara città, forse scopri che non mi avrai mai come tuo abitante.
E del resto, cosa mai ho fatto io per meritarti? Delle tue gentilezze, quando mai ho ringraziato? Sono sempre stato pronto a tagliare la corda, una volta finito il nostro bel gioco: perché mai dovrei abitare dentro le tue mura, Milano?
Se può valere qualcosa, te lo dico in ritardo ma con tutta l’anima: Milano, sei bellissima.


Io non sono ancora tanto sicuro di capire i ragazzi né di capire bene tutto quello che scatenano in me.
Prendiamo OcchiVerdeDollaro: è stata una grande storia d’amore, certo. Era solo da parte mia, la storia d’amore, ovviamente: già questo avrebbe dovuto farmi pensare. Dopo che gli ho detto che mi piaceva/che lo amavo, lui non si è più fatto sentire per un po’ e io ci stavo male: anche questo doveva farmi pensare. Dopo che si è rifatto sentire, io stavo male ancora: questo doveva farmi pensare. Dopo l’ho conosciuto ancora meglio e ho capito che stare con uno così era poco meno che infilare le dita bagnate in una presa elettrica: anche questo doveva farmi pensare, per lo meno sul mio fiuto in fatto di ragazzi. Ma, ora che so che tra noi due può esserci solo amicizia, vorrei sapere perché mi dà fastidio che lui abbia degli amichetti nuovi su facebook, amichetti i quali non possono certo averlo conosciuto per motivi di lavoro visto che sono pure più piccoli di me. E non so perchè questo mi dia fastidio: forse è semplicemente perchè io sono SCEMO e basta.
Prendiamo TheGentleMan: ci frequentiamo da una vita e ci troviamo benissimo. Non stiamo insieme ma è come se lo fossimo. L’unico suo difetto (oltre a dire sempre “esatto”, cazzo variasse un po’…) è che con la scusa del “non stiamo insieme” lui ha un profilo in un sito-pollaio e non solo lo usa ma se ne crogiuola pure in mia presenza: “Oh, sai, oggi esco con un tuo collega incontrato sul sito-pollaio”. Le cose che ne derivano solo due: la prima è che solo perché non stiamo insieme non vuol dire che tu non devi pensare di essere insieme a me (sì, lo so, è un po’ contorta come cosa, ma vi spiego: immaginate di essere una bellissima principessa di un lontano paese, immaginate anche che il vostro paese sia sul lastrico e non avete più neanche i soldi per comprare il fieno ai cavalli della vostra carrozza. Ecco, voi potete permettervi di mangiare caviale tutti i giorni, se le cose stanno così? Potete continuare a dire “Ah, ma io sono una principessa eh? Io me ne fotto se non ho soldi, domani vado lo stesso a scegliermi il mio nuovo yacht”? No, non si può continuare a direfarebaciare così. E quindi, se io e lui facciamo i fidanzatini, soltanto perché non siamo fidanzatini non vuol dire che non deve fare il fidanzatino! E l’iscrizione in un sito-pollaio con, tra l’altro, un grande profitto, non è contemplata in una situazione come questa, porcaeva! Mi avete capito?), la seconda cosa è che io sono passato al contrattacco e mi sono iscritto anche io. Il problema è che è un contrattacco finto: infatti mi sono iscritto in un altro sito-pollaio, dove lui non c’è. Quindi, almeno, io avrò l’accortezza di non fargli sapere che potrei andare con mezzo mondo, nel mentre che non-sto con lui e lui sarà il mio non-ragazzo. Ammetto che ho avuto un paio di storielline extra-non-coniugali, da quando non-sto con lui e ammetto anche che questo potrebbe cozzare coll’arzigogolato e angoloso ragionamento che ho fatto tra parentesi qualche riga più su e ammetto che non solo potrebbe cozzare ma cozza proprio. Però il fatto è che non mi deve spiattellare in faccia che va con questo e quest’altro! L’etichetta, signori, l’etichetta! Quanto ci sarebbe da imparare dai nostri nonni! Chi, di noi, ha un’immagine ammaccata dei nostri nonni? Chi, di noi, pensando ai nostri nonni, vede personaggi loschi e poco eleganti, sgarbati e rozzi, lascivi ed inurbani? Pochi, pochissimi, probabilmente nessuno! Perché, infatti, un tempo, l’etichetta era ben rispettata! Certo, sicuramente anche i nostri nonni erano dei birbantelli: qualcuno malmenava la moglie, qualcun altro commerciava clandestinamente armi, qualche altro ancora andava a troie tutti i sabato sera… ma mai che qualcosa trapelasse! L'etichetta, signori!
Prendiamo Ivri: ennesima litigata, ormai abbiamo definitivamente rotto. Eppure mi rendo conto che, più passa il tempo, più ci ho litigato per una scemenza. E più passa il tempo, più mi rendo conto che la colpa che così fortemente gli ho attribuito, in realtà, non era sua ma mia. Ho tradito una fiducia che non mi ero neanche reso conto di ricevere. E più passa il tempo, più ho voglia di ricucire i rapporti, di ricontattarlo, di chiedere scusa per la centesima volta e sperare che qualcosa accetti. E’ un brutto momento, per me, spero che capisca.

Etichetta? Ma io non ho un’etichetta. Fiducia? Ma la fiducia è qualcosa che si merita. Se c’è qualcosa che so per certo è che io sono un totale confuso confusionario: niente di ciò che dico o faccio mi convince, sono sempre convinto che dietro l’angolo qualcuno lo stia dicendo o facendo meglio di me. Le etichette chiariscono, io non ho niente di chiaro, sono acqua fluviale di un fiume inquinato. Quando avrò davvero un’etichetta, probabilmente, non avrò neanche più motivo di scrivere.
E la fiducia si guadagna. Io, con Ivri, non ho mai guadagnato nulla: mi ha regalato molte cose ma non ho mai agito per rendergliele. O magari ho agito poco. Non ho mai compreso che, mentre io mi preoccupavo di intorbidare le mie acque e ricercare false etichette, lui si rimboccava le maniche e costruiva.
Ed è proprio vero che tra il dire e il fare, c’è di mezzo il mare. Un mare di acqua sporca.


Sono abbronzato e me ne felicito ma ho passato ferragosto a casa. Che palle.
E insomma, ho paura. Perché so già che, in qualche modo, dovrò reiniziare di nuovo, da capo, ancora. Non è la prima volta ma, sinceramente, non pensavo che questo momento venisse di nuovo così presto. Mancherà un annetto, a quell’attimo in cui dovrò prendere armi e bagagli e andare chissà dove, vicino o lontano. Un anno: pochissimo. Mi sembra ieri il giorno in cui ho fatto il test per l’ammissione a medicina e ora, wow, ho finito i 6 anni, ho finito gli esami.
Ricominciare è bello ma avrei preferito farlo quando fossi stato sicuro di aver racimolato tutte le forze necessarie.

Ma le battaglie non iniziano mai con troppo preavviso. E se c’è una battaglia, si scende in campo. A testa alta.

E al nemico, la spada finirà dritta dritta nel cù.

K.I.S.S. (Keep It Simple, Stupids)